AOFC: dieci motivi per dire sì

Asian Oceanian Football Confederation. La soluzione ai problemi di isolamento, arretrazza e scarsa competitività internazionale che coinvolgono il calcio dell’OFC potrebbe trovarsi qui, nella vicina confederazione asiatica. Sì, perchè integrare i paesi oceanici all’interno di un panorama in forte sviluppo calcistico come quello asiatico rappresenterebbe davvero una svolta decisiva per questo sport per le piccole nazioni del pacifico.
Si tratta, chiaramente, solo di un’idea, di concreto non c’è nulla, anche se la Nuova Zelanda ha provato a muovere qualcosa chiedendo alla FIFA di disputare l’ultimo turno di qualificazioni mondiali tra i gironi asiatici, ma Blatter s’è rifiutato categoricamente, facendo scontenti un po’ tutti.
Ma andiamo ad analizzare insieme i dieci benefici principali che deriverebbero dalla nascita dell’AOFC.

1. Competitività internazionale

Quando sentiamo parlare di Oceania, di Nuova Zelanda, di Fiji, di Tonga e via dicendo, spesso sentiamo associato a questi paesi il rugby, sport in cui eccellono. Del calcio invece non si parla mai, visto che il livello è talmente scarso e modesto che la grande maggioranza di queste nazioni farebbe fatica a competere nella nostra Eccellenza.
Confrontarsi continuamente contro squadre di un livello superiore in un contesto come quello asiatico non farebbe altro che accrescere l’esperienza e la familiarità di queste nazioni col gioco del calcio; e ne trarrebbe beneficio soprattutto la loro competitività a livello internazionale.

2. I Club

Vale lo stesso discorso per i club: continuare a confrontarsi ripetutamente contro gli stessi avversari (per di più di un livello così basso) non ha senso.
Nel panorama mondiale, le squadre di club dell’OFC vengono chiamate in causa solamente in occasione del Mondiale per Club, e possono accedervi solo passando (un impari e difficile) play-off.
E’ molto più utile che gli stessi club giochino con regolarità a certi livelli, non solo una volta all’anno. Certo, Seongnam e Nagoya non saranno il Barcellona e il Manchester United, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto allo status quo attuale.

3. Sviluppo tecnico

A livello di calciatori giovani, adulti, esperienza, arbitri, gestioni societarie:
il calcio oceanico migliorerebbe sensibilmente sotto ogni punto di vista.
Possiamo considerare questo il punto cardine attorno a cui ruotano tutti gli altri benefici.
Bisogna partire quasi da zero, ma le intenzioni e l’approccio positivo sono certamente un punto a favore, perchè la voglia per progredire non manca di certo.

4. L’aspetto economico

Aspetto di assoluta importanza.
L’OFC vive di fondi provenienti dalla FIFA e dalla FFA, la federazione di calcio australiana, membro dell’AFC dal 2006; possiede un capitale così ridotto da non poter contribuire ad organizzare amichevoli o tornei internazionali tra le nazioni membre a causa dei costi eccessivi dei voli aerei.
Una cosa che può anche far sorridere, pensando a quanti soldi girano nel calcio in quasi tutto il resto del mondo.
L’AFC invece dispone di risorse sterminate, tra emiri e miliardari vari.
Purtroppo tutti noi sappiamo quanto siano necessari i soldi in questo sport, e senza di essi la maggior parte delle volte (se non sempre) non si va da nessuna parte.

5. La passione dei tifosi

In paesi come Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Vanuatu il calcio è considerato lo sport nazionale, ed è molto praticato e seguito.
E’ giusto che i desideri dei tifosi vengano accontentati: meritano anche loro di poter vivere una serata di una certa importanza, magari in una partita di qualificazione ad un mondiale. Basti pensare che oltre 10,000 persone hanno assistito alla finale dei Giochi del Pacifico di questo settembre…

6. Giocare regolarmente

Fattori come i costi eccessivi e lo scarso interesse mediatico internazionale contribuiscono a posizionare il calcio a livelli infimi nella scala gerarchica del continente.
Così, non c’è da stupirsi se leggiamo che la maggior parte delle squadre affiliate all’OFC giochi solo una volta ogni quattro anni, in occasione dei Giochi del Pacifico e delle qualificazioni mondiali, quando questi due tornei non coincidono, riducendo ancora il numero delle partite, come capitato diverse volte.
Se non si gioca mai, migliorarsi diventa un’impresa.

7. Visibilità

Ipotizziamo che si organizzi un’amichevole tra Papua Nuova Guinea e Indonesia, nazioni confinanti tra loro.
I guineani, oltre a giocarsi una sorta di derby contro i vicini indonesiani, avrebbero addosso gli occhi di una nazione intera, composta da oltre 200 milioni di persone, a maggior ragione se legatissima al calcio come l’Indonesia. Roba di un’altro mondo, se pensiamo che gli avversari di turno sono paesi come il Tuvalu o le Samoa Americane, che messi insieme non arrivano a 90,000 abitanti.
E anche i talenti locali gioverebbero della visibilità che l’AFC garantisce, evitando di venire snobbati leggendo il loro paese di provenienza sulla carta d’identità. Perchè purtroppo è così raro trovare un calciatore adatto a livelli professionistici in Oceania che accadono anche cose di questo tipo.

8. Nuova Zelanda: lo stile british in Asia

Anche l’AFC trarrebbe vantaggio da questa fusione tra le due confederazioni, perchè vedrebbe nella propria schiera di membri una nazione che calcisticamente si sta evolvendo in maniera impressionante: stiamo parlando della Nuova Zelanda.
Non solo i kiwis negli ultimi mondiali in Sudafrica hanno dimostrato di saperci fare fisicamente e tatticamente, ma soprattutto a livello giovanile stanno crescendo esponenzialmente in capacità tecniche, come visto dall’under 17 nella spedizione messicana e da promesse come Rojas, Barbarouses, Wood, Payne.
Una squadra che basa le proprie fondamenta sulla fisicità tipica dei britannici con annessa qualità emergente: un biglietto da visita più che interessante.

9. Gli oriundi: futuri eroi?

Poco sopra ho scritto che è quasi impossibile trovare calciatori adatti al professionismo nei paesi oceanici.
Quasi, appunto, perchè alcuni ci sono, ed anche interessanti, come Brad McDonald (terzino sinistro nell’u23 australiana originario della Papua Nuova Guinea), Tahj Minniecon (trequartista mezzo samoano che gioca nell’A-League), Adrian Mariappa (capitano del Watford, originario delle Fiji) ed altri ancora. Altri invece, hanno preferito optare per altri nazionali, come Karembeu (neocaledoniano campione del mondo con la Francia nel ’98), Tim Cahill (mezzo samoano anche lui, gioca con l’Australia).
Ma la maggior parte di questi oriundi preferisce, logicamente, giocare per nazioni che hanno possibilità di qualificarsi alla coppa del mondo, o comunque paesi che possono vantare una certa importanza e rilevanza nel panorama calcistico.
Se i paesi membri dell’OFC avessero l’opportunità di giocare regolarmente e contro squadre di un certo prestigio, lottando per obiettivi concreti, ci sarebbero più calciatori disposti a giocare per loro.
Chi glielo fa fare a Minniecon di giocare per le Samoa una manciata di partite ogni quattro anni invece che giocare in un mondiale con l’Australia?

10. Per la storia

L’AOFC sarebbe l’inizio di una nuova era per il calcio in Oceania.
E per questi paesi ogni occasione per giocare sarebbe storica, una piacevole novità, che diventerebbe abitudine.
Purtroppo non bastano le idee di poche persone per far sognare un continente, una svolta del genere richiede che si muovano i piani alti.
Non ci resta far altro che aspettare. Sperando di poterci risvegliare un giorno ed esclamare: non è più sogno, ma è realtà.

A cura di Christian Rizzitelli

Pubblicato il ottobre 20, 2011, in National Teams, Oceania con tag , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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