Archivio mensile:dicembre 2011

Qatar, esonerato Lazaroni. Ma sono altri i problemi da risolvere

Per la terza volta nell’anno solare, salta la panchina della nazionale del Qatar. La vittima questa volta è il brasiliano Sebastiao Lazaroni, che viene esonerato al termine dei deludenti Pan Arab Games, nei quali il Qatar è uscito al primo turno nel girone con Bahrein e Iraq, con i quali gli annabi non sono andati oltre due pareggi. Lazaroni conclude dunque la sua avventura con 10 partite disputate, 2 vinte, altrettante perse, e 6 pareggiate. Un rendimento non certo esaltante, ma la maggior parte delle colpe non sono da attribuire a lui.

Comprare i giocatori non basta

Inutile negarlo, la federazione qatariana, per rinforzare la nazionale, negli ultimi anni ha sfruttato tutto il denaro in suo potere, imponendo agli sceicchi dei club di ingaggiare calciatori stranieri da naturalizzare.
E’ il caso di Marcone, Lawrence Quaye, Mohammed Kasola, Sebastian Soria, Fabio Cesar Montezine e altri, ed il numero è destinato ad aumentare nel corso degli anni, soprattutto in vista del Mondiale del 2022. Questo perchè i calciatori locali non vengono reputati all’altezza di competizioni quali la Coppa d’Asia e le Qualificazioni Mondiali. E se un allenatore possiede solamente una manciata di giocatori di un certo livello, non gli si possono chiedere gli straordinari (i calciatori locali sono oggettivamente mediocri).
Anzi, il Qatar di Lazaroni non ha perso nemmeno una partita nel terzo turno verso Brasile 2014, e la possibilità di passare il turno è ancora più che mai viva. Esonerare un allenatore solamente per due pareggi contro Bahrein ed Iraq (che sono sullo stesso livello del Qatar, se non superiori), in una competizione quasi amichevole come i giochi panarabici, è stata chiaramente una decisione azzardata.

Investire nei giovani per nazionale e Qatari Stars League

Un difetto che accomuna tutte le nazioni arabe è l’insistenza di migliorare il livello del campionato locale offrendo proposte irrinunciabili a calciatori stranieri, spesso a fine carriera.
Se si vogliono migliorare le prestazioni della nazionale, è inutile continuare su questa linea. Bisogna investire sui giovani, organizzare settori giovanili che possano formare calciatori pronti una carriera di un livello accettabile, perchè se non fosse per gli stranieri presenti, la Qatari Stars League sarebbe come la nostra Lega Pro.
Esistono già molte accademie in Qatar, ma non bastano, perchè per permettere al paese di passare ad un next level entro un periodo abbastanza breve (ponendo come data di scadenza il tanto chiacchierato Mondiale del 2022), serve una crescita esponenziale del talento di base dei calciatori.

Esportare calciatori in Europa

Non esistono calciatori del Qatar che militano in campionati europei, giocano tutti nella Stars League locale.
La ragione che impedisce ai calciatori di abbandonare il Qatar è la stessa che ne attrae molti altri verso il paese del golfo: la profumatissima busta paga.
Tantissimi giocatori locali sono sopravvalutati e strapagati, e nessuno di questi riesce a rinunciare a così tanti soldi per una carriera sportivamente più competitiva, compromettendo la propria crescita calcistica ed eventuali miglioramenti. Come facilmente intuibile, questo problema coinvolge praticamente tutti i paesi arabi asiatici (uniche eccezioni Iran e Iraq).

I soldi sono controproducenti

La sintesi del discorso si può riassumere constatando che i soldi sono il male del calcio nel Qatar. Usati e spesi male, hanno effetti controproducenti, sia verso i risultati sportivi, che verso malcapitati come Lazaroni, Metsu e Rajevac (gli allenatori cacciati nel 2011), che non hanno margine di errore permesso, di fronte a tutte queste possibilità economiche a loro disposizione (sotto questo punto di vista calza a pennello anche la situazione di Rijkaard con l’Arabia Saudita).
Purtroppo la vittoria dell’Al Sadd nella Champions League asiatica non farà che cancellare ulteriori dubbi ed interrogativi su queste tematiche, evidentemente sottovalutate e trascurate. Per il bene del calcio nel paese, era meglio se avesse vinto qualcun’altro.

Il successore: in pole Jorge Fossati

Il più accreditato successore di Lazaroni è l’attuale tecnico dell’Al Sadd, l’espertissimo uruguaiano Jorge Fossati.
Fossati è un grande allenatore, e su questo non ci piove, ma come i suoi predecessori fallirà miseramente, se la mentalità e le intenzioni della federazione(che ricordiamo, è gestita dalla famiglia reale) non cambieranno in fretta.

A cura di Christian Rizzitelli

Tristan da Cunha, il calcio ai confini del mondo

Nel 1506 il navigatore portoghese Tristão da Cunha avvistò un piccolo arcipelago di sole quattro isole, sperduto nel mezzo dell’Oceano Atlantico, quasi a metà tra il Sud America il Sudafrica. Difficilmente, data la scarsa conoscenza geografica dell’epoca, avrebbe potuto immaginare di aver appena scoperto le isole più remote dell’intero pianeta. L’arcipelago, ribattezzato successivamente con il nome di questo marinaio dagli inglesi, dista 2816 km dal Sudafrica, e addirittura 3360 dall’Argentina. In mezzo, il nulla, solo l’oceano, immenso e sterminato. Ma il nostro, caro Tristan da Cunha non avrebbe potuto nemmeno ipotizzare che, in quest’isola semideserta, sarebbe nata la nazionale di calcio più remota di tutte. Una nazionale che può solo scegliere tra una popolazione di soli 264 abitanti, addirittura meno delle piccole isole oceaniche. Una nazionale da guinness dei primati. Sembra incredibile, ma il calcio è arrivato fino lì, fino alle dimenticate isole di Tristan da Cunha.

L’isola

Sotto il nome di Tristan da Cunha si intende sia il gruppo di isole che compone l’arcipelago, sia l’isola principale. Tutti gli abitanti sono concentrati su quest’isola, la maggior parte di essi nella capitale, Edinburgh of the Seven Seas. Il territorio è sotto la giurisdizione del Regno Unito, che fornisce medici, insegnanti e beni materiali. Curiosità: nell’isola sono presenti solamente 8 cognomi differenti, due dei quali di origine ligure, Lavarello e Repetto. Le attività più praticate sono la pesca di aragoste e l’agricoltura, anche se i maggiori introiti arrivano dall’esportazione di francobolli locali, ricercati dai collezionisti di tutto il mondo.

Il calcio: la vera passione degli abitanti

I primi sport importati sull’isola furono il cricket e il golf, il cui campo viene reputato uno dei peggiori del mondo. Ma è il calcio che ha fatto breccia nei cuori dei locali.
I primi racconti riguardo al calcio risalgono ad un libro scritto nel 1926 da Rose Rogers, una missionaria anglicana, che ha vissuto sull’isola insieme al marito per circa tre anni. Ed è stato probabilmente lo stesso reverendo Rogers ad introdurre lo sport sull’isola. Le prime partite, giocate tra locali, non avevano un numero di calciatori per squadra ben definito, e si giocavano su campi destinati all’allevamento di bovini.
Ma intorno agli anni ’40, ci fu una svolta. Per la prima volta, gli abitanti di Tristan da Cunha dovevano affrontare una selezione di avversari stranieri. Si trattavano di pescatori sudafricani e statunitensi, che si opposero ad una selezione formata dagli abitanti dall’isola. Fu questa la prima occasione nella quale Tristan da Cunha selezionò una squadra accostabile ad una nazionale locale. Successivamente vennero affrontati anche avversari provenienti da paesi geograficamente irrangiungibili, come la Norvegia. Dei risultati di queste partite non si ha sfortunatamente traccia.

Ma la mancanza di territori nelle circostanza rese difficile a Tristan da Cunha l’organizzazione di partite con avversari stranieri con una certa regolarità. Tutto questo fino al 2005, quando un abitante locale, Leon Glass, decise di formare una vera e propria squadra di calcio, che avrebbe dovuto opporsi ai visitatori di turno dell’isola, assicurando agli amanti di questo sport dell’isola di giocare con discreta continuità.
Leon Glass trovò uno sponsor per le magliette (colori ufficiali bianco e blu), la compagnia di pesca Ovenstone Agencies, e diede vita alla squadra locale, nonchè nazionale a tutti gli effetti del piccolo arcipelago, la Tristan da Cunha Football Club.

I risultati della nazionale di Tristan da Cunha finora sono stati più che soddisfacenti: si sono registrate vittorie con larghi margini, come il 10-5 contro l’International Salvage XI nel 2008 (selezione formata da equipaggi di due navi diverse), o il 9-0 contro gli RFA Black Rovers, partita giocata neanche un anno fa.
Sarebbe fantascientifico se un giorno potessimo vedere quest’incredibile isola affiliata a qualche federazione continentale, per affermare definitivamente il successo di questa piccolissima nazionale. Ma prima è bene che qualcuno, munito di gesso, tracci le linee d’area di rigore e di centrocampo sul campo locale (denominato American Fence pitch), almeno per avere un terreno inquadrabile in cui disputare le partite.

Foto della nazionale di Tristan da Cunha La nazionale di calcio di Tristan da Cunha ed il campo locale

Per una volta ho deciso di fare uno strappo alla regola e di non parlare di calcio oceanico e asiatico, anche se, leggendo questa favola, vengono immediate le analogie con le Isole Pitcairn, arcipelago tra Nuova Zelanda e Tahiti, sperduto come Tristan da Cunha, ma con addirittura meno abitanti, soltanto 48. Il calcio è già arrivato dove l’uomo non è potuto arrivare, ma le sfide per lo sport più bello del mondo non finiscono qui.

A cura di Christian Rizzitelli

SEA Games: le tigri ruggiscono ancora

Ancora una volta Malesia. Per la seconda volta consecutiva, sono le tigri ad aggiudicarsi il torneo disputato tra le nazionali under 23 dell’Asia del Sudest, grazie ad una drammatica vittoria in finale ai calci di rigore contro la deludente Indonesia, paese ospitante della manifestazione.

Il torneo

Tutti gli undici paesi della zona subcontinentale hanno preso parte alla manifestazione, per un totale di undici squadre suddivise in due gironi. Il Gruppo A, che comprendeva Indonesia, Malesia, Thailandia, Cambogia e Singapore, è stato vinto da Malesia ed Indonesia; il Gruppo B, composto da Vietnam, Filippine, Myanmar, Laos, Timor Est e Brunei, è stato vinto invece da Vietnam e Myanmar. Le semifinali sono andate come da pronostico: l’Indonesia ha superato per 2-0 il Vietnam, con i gol di Wanggai e Bonai, mentre la Malesia ha vinto solo all’85’ contro il super sorprendente Myanmar, grazie a Fakri. La finale, giocata al Gelora Bung Karno Stadium di fronte ad oltre 90,000 spettatori, sì è conclusa sull’1-1 ai supplementari (per l’Indonesia rete di Gunawan al 5′, per la Malesia pareggio al 34′ di Asraruddin, tutto nel primo tempo) ed ai rigori è stato decisivo il portiere malese Khairul Fahmi, che parato due rigori, regalando la vittoria ai suoi. Medaglia di bronzo per il Myanmar che ha schiantato 4-1 il Vietnam nella finalina per il terzo posto.

La partita

Come scontato, la partita più importante e suggestiva dell’intero torneo è stata la finale tra l’Indonesia e la Malesia, nazioni divise da un’acerrima rivalità. Le squadre si erano già incontrate nella fase a gironi, con la Malesia che era uscita meritatamente vincitrice per una rete a zero (decisivo al 17′ Syahrul). La finale però è tutta un’altra partita: l’Indonesia domina e passa in vantaggio dopo pochissimi minuti con un’incornata di Gunawan da calcio d’angolo, ma la Malesia riacciuffa il pari al 34′ con un gol abbastanza rocambolesco del terzino sinistro Asraruddin, giocatore che vanta ben 25 presenze nella nazionale maggiore. Il Team Garuda cerca di riportarsi in vantaggio, sospinto da un pubblico rumorosissimo, ma si deve arrendere alle prodezze di Khairul, vero man of the match dell’incontro. Ed il portiere del Kelantan FA (squadra del campionato malese) conclude in bellezza la sua splendida performance parando due rigori, dopo che la partita si era conclusa in parità al 120′. Ed ecco allora concretizzarsi l’ennesima delusione per l’Indonesia, il cui 2011, sia a livello senior che giovanile, è stato un completo disastro.

La sorpresa: il Myanmar

Senza ombra di dubbio, nessuno si sarebbe aspettato un torneo così positivo per il Myanmar. Da squadra materasso a rivelazione inaspettata: anzi, se non fosse stato per le parate del solito Khairul in semifinale, probabilmente la squadra dello svedese Hansson sarebbe pure approdata in finale, dove se la sarebbe giocata a viso aperto contro l’Indonesia. I calciatori burmesi hanno dimostrato di saper giocare a calcio, e anche da squadra: quattro vittorie (3-2 al Laos, 4-0 al Brunei, 5-0 alle Filippine, 1-0 a Timor Est) e un pareggio (0-0 col Vietnam, partita giocata per larghi tratti in inferiorità numerica) su cinque partite nel girone sono sicuramente un ruolino di marcia impronosticabile, quasi da schiacciasassi. E anche il 4-1 allo stesso Vietnam (stavolta in 11 contro 11) è un risultato che fa clamore, perchè negli anni la differenza tra le due nazionali è sempre stata piuttosto netta. Ed oltre alla bravura del ct Hansson, il Myanmar deve ringraziare Kyaw Ko Ko, a nostro parere il miglior calciatore dell’intera competizione.

La delusione: le Filippine

Gli Azkals hanno disputato un torneo di gran lunga al di sotto dell aspettative. Una squadra in cui erano presenti otto calciatori che militano tra Europa e Stati Uniti (si tratta della selezione con più calciatori militanti all’estero dell’intero torneo), doveva necessariamente fare qualcosa di più, ma molto di più. Gli uomini di Weiss hanno concluso con una sola vittoria, raggiunta al 93′ contro il Laos (risultato finale di 3-2) e addirittura quattro sconfitte, alcune delle quali clamorose (come contro Timor Est e Brunei), altre umilianti (il 5-0 dal Myanmar). Un netto passo indietro per il calcio del paese, che aveva mostrato segni di progresso evidenti e promettenti, con le recenti prestazioni della selezione maggiore.

Il talento del torneo: Kyaw Ko Ko

Il premio ufficiale di MVP del torneo è stato dato al centrocampista offensivo indonesiano Oktovianus Maniani, ma noi siamo di un altro avviso. Kyaw Ko Ko, 19enne attaccante del Myanmar e titolare stabile nella nazionale maggiore da diverso tempo, è sicuramente il giocatore che ha fatto intravedere talento e classe come nessun altro nell’intera competizione. Attaccante centrale, rapido, tecnico e dotato un buonissimo fiuto del gol (5 reti collezionati in 7 partite, con diversi assist), è stato un tormento continuo per le retroguardie avversarie, che non sono mai riuscite ad arginarlo (meraviglioso il gol del 4-0 alle Filippine, dove ha superato il diretto avversario con uno splendido sombrero). Il suo ct Stefan Hansson gli ha organizzato un provino per gennaio con un club svedese, l’Helsingborg, dove le qualità per poterci giocare non gli mancano. Per ora milita in patria, nello Zeyashwemye, club con il quale ha realizzato ben 20 gol in 18 partite di campionato.

Ma vale la pena nominarne altri

Oltre a Kyaw Ko Ko merita un’ulteriore menzione il portiere malesiano Khairul Fahmi, autore di diversi interventi decisivi e prodigiosi. Il ragazzo classe ’89 si contende con il thailandese Katwin Thammasatchanan (che non ha preso parte al torneo causa infortunio) il titolo di miglior portiere della zona. Inutile dire che una chance in Europa la meriterebbe anche lui. Ma paradossalmente il calciatore malese più interessante non è stato Khairul, ma il 17enne centrocampista centrale della squadra, il baby-fenomeno Nazmi Faiz: il ragazzo classe ’94 ha mostrato delle qualità assolutamente straordinarie per la sua età: precisione nei passaggi, tempi di gioco, senso della posizione, un portentoso tiro dalla distanza (da vedere il gol contro il Bahrein u23 nelle qualificazioni a Londra 2012, una sassata micidiale). Scout di tutta Europa, fate attenzione.
Anche l’Indonesia ha mostrato un paio di calciatori interessanti: su tutti Patrich Wanggai (5 reti nel torneo), definito il Nicolas Anelka locale, e Andik Vermansyah, centrocampista offensivo di 20 anni che avrà l’opportunità della vita con un provino offertogli dai Los Angeles Galaxy.

Note positive

Il ritorno del Brunei Dopo 10 anni di assenza, una selezione del paese torna a giocare in una manifestazione internazionale, scontata la squalifica imposagli dalla FIFA di 10 anni. Ed è stato un torneo più che positivo, con la selezione locale capace di conquistare 4 punti in 5 gare, grazie al 2-1 alle Filippine ed al 2-2 col Laos. Welcome back Brunei.

Tanti calciatori militanti all’estero E’ raro vedere in un torneo tra selezioni di questo livello e di questa zona del mondo così tanti calciatori che militano in campionati europei, statunitensi e perfino sudamericani (vedi Timor Est). In totale c’erano 17 giocatori tra Belgio, Germania (anche in 2. Bundesliga), Slovacchia, Brasile, Spagna, Olanda, Stati Uniti. Non si tratta di un risultato eccezionale, ma rispetto al passato è un piccolo passo avanti, certamente positivo.

Un insolito equilibrio Eccezion fatta per la Cambogia, il livello del torneo è stato molto equilibrato, con diverse partite tirate e dall’esito assai incerto. Segno che i paesi più “deboli” stanno avvicinandosi ai migliori attraverso un lento ma costante progresso, grazie anche all’introduzione di sistemi d’allenamento e di gioco derivati dai modelli europei, come accaduto per Myanmar, Vietnam, Laos e Singapore.

Note negative

La pochezza dell’Indonesia Non ci sono scuse, l’Indonesia avrebbe dovuto vincere il torneo a mani basse. L’unica nazione al mondo con una prima divisione composta da 36 squadre (fortunatamente suddivise in due gironi) non riesce a produrre calciatori di livello dignitoso. I motivi e le problematiche del paese sono risaputi, ma le premesse e le aspettative andavano comunque rispettate, soprattutto per i tifosi.

La Cambogia Ok, la Cambogia non sarà un paese rinomato per il suo livello di calcio espresso, ma è possibile che non si riescano a trovare almeno 11 calciatori decenti in un paese in cui il calcio è lo sport nettamente dominante? Il sistema calcio locale va completamente rifondato, perchè il livello tecnico mostrato dalla nazionale di Lee Tae Hoon è stato da film horror.

Rivalità troppo accese Quando si trovano di fronte Indonesia e Malesia più che calcio di solito si vede una guerra a suon di scarpate, calci, interventi killer, insulti, risse. E questo tipo di rivalità si riflette anche tra le tifoserie, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. E se forse gli animi venissero calmati da entrambe le parti, i due tifosi indonesiani morti nella ressa pre-finale davanti allo stadio, non avrebbero fatto la fine che hanno fatto. Il calcio è sport, non dimentichiamocelo.

A cura di Christian Rizzitelli

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