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“Stiamo lentamente attirando interesse”: intervista con Charles Mitchell, presidente della federazione delle Palau (PFA)

Il piccolo arcipelago delle Palau non è certamente noto ai più per i suoi exploit calcistici, non avendo mai partecipato ad alcun torneo organizzato dalla FIFA o in nessun altra competizione ufficiale. Tuttavia, recentemente la federazione locale, la Palau Football Association (PFA), ha presentato alcuni progetti ambiziosi che potrebbero dar inizio ad un primo, vero movimento calcistico sulle isole. Nonostante alcune difficoltà oggettive, come una popolazione di soli 20,000 abitanti e il continuo confronto con lo sport dominante sulle Palau, il baseball, il presidente Charles Mitchell e lo staff della PFA sono fiduciosi che il futuro prossimo del calcio sulle isole riserverà molte più sorprese di quanto ci si possa aspettare.

Asianoceanianfootball lo ha intervistato per scoprire i piani futuri, gli obiettivi e l’attuale progresso del calcio sulle piccole e remote – ma non demotivate – Palau.

Quando fu introdotto il calcio sulle Palau per la prima volta?

Per quanto ne sappia, il calcio fu organizzato e giocato per la prima volta negli anni novanta, ma ho sentito anche di partite di calcio giocate all’inizio degli anni settanta. La PFA venne formata ufficialmente nel 2002, e diventò una federazione posta sotto l’egida del comitato olimpico delle Palau (Palau National Olympic Committee).

Quante possibilità ci sono di vedere la nazionale delle Palau ai prossimi Giochi del Pacifico e ai Giochi di Micronesia?

C’è una grande possibilità di giocare ai Giochi del Pacifico. Per quanto riguarda i Giochi della Micronesia, dipende se il paese organizzatore lo aggiungerà [il calcio] al programma. Il problema più grande per le isole micronesiane è mettere insieme funzionari adeguati, strutture per giocare e strumenti [necessari].

Quanto sono vicine le Palau a diventare un membro effettivo dell’EAFF, la federazione di calcio dell’Asia dell’Est?

In questo momento, le Palau si trovano in una fase di stallo con l’EAFF. Noi mandammo una richiesta nel 2008 ma da allora non abbiamo ricevuto alcuna risposta. La PFA non possiede un contatto diretto con l’EAFF.

La nazionale delle Tuvalu, un’altra nazione del Pacifico non iscritta alla FIFA, recentemente è migliorata molto grazie all’aiuto di una fondazione di volontari olandesi muniti di tanta passione, e ora le Tuvalu sono vicine come non mai a diventare un membro ufficiale della FIFA. Pensi che un aiuto del genere proveniente dall’estero possa rivelarsi utile anche per le Palau? E dov’è che la federazione ha più bisogno d’aiuto?

Sì, penso che un aiuto del genere possa risultare utile. Anche se, in un certo senso, è una sorta di terno al lotto perché la maggior parte di queste fondazioni dovrebbe fornirci cose che non possiamo permetterci come i biglietti per gli aerei e i posti in cui alloggiare. È molto difficile acquistare tutto questo visto che la PFA è composta interamente da volontari e non ha fondi a sufficienza. Direi che il nostro più grande bisogno riguarda le risorse umane e il personale per l’amministrazione.

Qual è il posto riservato al calcio nella gerarchia sportiva delle Palau?

Il calcio nelle Palau è attualmente in fondo alla gerarchia degli sport ma lentamente sta attirando interesse.

Ci potresti dare una presentazione delle squadre che competono nella Palau Soccer League, il campionato palauano?

Tutte le informazioni sul campionato palauano possono essere trovare sul sito ufficiale della federazione, www.palaufootball.sportingpulse.net

Visto che non siete ancora un membro della FIFA, pensi che le Palau possano giocare in alcuni tornei riservati esclusivamente alle nazionali non iscritte alla FIFA, come la VIVA World Cup o gli Island Games?

Noi lo speriamo, ma è ancora da definire.

Quanto è importante lo sport nello stile di vita della gente palauana?

Gli sport giocano un ruolo importante nella cultura delle Palau. Lo sport aiuta a farsi un carattere e fornisce gli strumenti per diventare un cittadino produttivo nella società.

Quali sono gli obiettivi primari della PFA per i prossimi mesi?

I nostri obiettivi primari sono di continuare ad organizzare regolarmente il campionato nazionale e dopo [di creare] dei centri sportivi scolastici e un campionato giovanile. C’è anche la volontà di introdurre il calcio nelle scuole superiori, ma [un piano] non è ancora stato stabilito ufficialmente.

Di Christian Rizzitelli

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AOFC (Asian Oceanian Football Confederation): ten reasons why Oceania should say yes

The Asian Oceanian Football Confederation. The solution to long-standing troubles such as isolation, backwardness and scarce international competitiveness which continuously involve the OFC (Oceania Football Confederation) could be found there, in the neighboring Asiatic counterpart. Without any doubt integrating Oceanian countries in a fast-growing scenario like Asia would represent a decisive, historic turn for the football played on the Pacific islands, which have had few chances to attract interest outside their relatively small continent so far.

Obviously it’s just an idea and nothing like this is on the table right now, but let’s analyze together which could be the ten biggest benefits which would derive from the birth of the AOFC.

1.International competitiveness

If you’ve ever heard someone talking about Oceania, New Zealand, Fiji and Tonga on sports matters, they were probably related to the continent’s dominant sporting activity, rugby, in which all of them excel brilliantly on the global stage. Apart from New Zealand, where a footballing culture is growing up after the All Whites‘ heroics at the last World Cup in South Africa, barely you can associate the names of these countries to football, as many Oceania’s nations would find it hard even to compete against clubs from the Italian sixth tier.

2.The clubs

The same can be said about clubs. It doesn’t make so much sense playing continually against the same opponents, especially considering their low technical level.

At international level, OFC club teams can prove themselves only at the Club World Cup, where they often have to face off some of the strongest Asian teams in an uneven and difficult play-off.

It’s by far more useful that these teams play with a certain regularity at improved standards, and not just once a year. And getting the chance to play clubs like Kelantan, Nagoya, Arema or Seongnam, despite they’re not Barcelona or Manchester United, would already be an enormous step forward to the right direction.

3.Technical development

Oceanian football would heavily improve in many different aspects, from the growth of young players to a more professional management of societies. A technical development which groups any side of football both on and off the pitch must be considered the turning point around which all the the others would subsequently rotate.

4.The economical aspect

As football is considerably expanding as a worldwide multi-million market, the economical aspect is a hugely relevant part of the game. The Oceania Football Confederation actually lives of funds coming from sponsors and partnerships with other federations (the FA of England, the Australian FFA), and recently some drawbacks from Oceania’s football governing body showed how much they need to find a solid business stability in order of avoiding to affect the game in the continent. For example, OFC general secretary Tai Nicholas in September revealed that OFC couldn’t provide the broadcast of the 2014 World Cup qualifiers across the continent as it would have meant a cost of USD 140,000 for OFC TV, the confederation’s production unit, despite tv broadcasters from Tahiti and New Caledonia had already bought the rights. “We have to operate financially and be prudent with our funds and OFC TV was facing a USD 140,000 loss in the live production. This does not make good business sense and it would have been irresponsible of us to proceed any further,” he declared. “We apologize for the situation but there are high costs involved and great difficulties logistically in the production of such matches with games played across four countries within a few days of each other.”

Surely in Asia it would be extremely unlikely to face another situation like this, especially for matches such as the World Cup qualifiers.

And inevitably, the local federations of the Pacific nations can’t afford the costs of the organization of friendly matches at the current state of things.

All of us know how necessary is money in sports today, and for an upgrade of football in Oceania is indispensable a parallel economic improvement.

5.The passion of fans

In some Oceanian countries, like the Solomon Islands and Vanuatu, football is considered the national sport, it’s widely played and gets thousands of followers. Local fans deserve to see their dreams come true one day, like watching their national team winning a once-in-a-lifetime match. And if you question the real existence of the passion for the game, just think that more than 10,000 fans watched the 2011 South Pacific Games final in New Caledonia, or that over 22,000 people came out to witness the Solomon Islands securing a 2-0 win against Tahiti in their first match of the 2014 FIFA World Cup qualification games.

6.The chance of playing regularly

Factors like excessive costs and a lack of interest from international mass media contribute to positioning football at the lowest levels of the continental sports hierarchy. So we don’t have to be surprised if we discover that most of Oceanian countries play some international games just once every four years, during the South Pacific Games or the WC qualifiers, when these two tournaments don’t coincide, reducing even more the number of games that every country plays. And without any game time, improving is a titanic task-

7.A greater visibility

Let’s imagine that Indonesia and Papua New Guinea, two bordering countries, organize a friendly match. The Guineans, apart from playing a kind of derby with their Asiatic neighbours, would receive attention from an entire footballing nation like Indonesia, which counts more than 200 millions people. It would be a completely different new situation, as their opponents usually don’t number even 100,000 people among them (American Samoa, Tuvalu and so on).

And also national talents would take advantage of the visibility that Asian football guarantees, for not getting snobbed just reading their provenance on their identity cards. Because unfortunately it’s so difficult to find a player good enough for professional football on the Pacific islands that we shouldn’t be shocked to see things like these happening.

8.New Zealand: the British style in Asia

Not only the OFC would take advantage from an association with its Asian counterpart but also the AFC could improve a lot with a theoretical entrance of New Zealand, whose football’s impressively improved in recent years. Not only the All Whites shocked the world with their unbeaten run at the last World Cup, but also the youth national teams have shown glimpses of class, demonstrated by prowesses of high-promising talents with the likes of Leicester City’s Chris Wood, who has scored 13 goals so far in the Championship, and the labelled ‘KiwiMessi’ Marco Rojas, who is literally ripping up his opponents in the A-League.

A team who is based on a typical Britannic physicity with a huge amount of quality emerging: a more than interesting calling card for New Zealand.

9.The ‘Oriundos’: future heroes?

Some points above I had written that it’s very difficult to find some footballers suitable for professional football in the Pacific zone. Yet it’s difficult but not impossible, as there are Benjamin Totori from the Solomon Islands, who plays as a super-sub for the Wellington Phoenix in the A-League, Georges Gope-Fenepej of Troyes and Lorient’s Wesley Lautoa, both from New Caledonia, who ply their trade in the French Ligue 1, and the list could go on. But this list could even be much more longer if we consider all the players native of these Oceanian countries who could potentially represent their originary nation: just think of Marama Vahirua, a former France U-21 international who recently declared he’d like to represent Tahiti at the next Confederations Cup, Central Coast Mariners left-back Brad McDonald, who was born in Papua New Guinea, or Western Sydney Wanderers’ Tahj Minniecon, whose blood is mixed up with Vanuatuan heritage. There are many others unfortunately unavailable now, like Reading centre-back Adrian Mariappa, who could have played for Fiji instead of Jamaica, or Nouméa-born Frédéric Piquionne, who could have boosted Les Cagous’ team for the World Cup qualifiers hadn’t he chosen Martinique and France over them, or, referring to the past, 1998 World Cup winner Christian Karembeu, born in Lifou, New Caledonia, and the greatest Oceanian player of all time.

It’s easily understandable that most of these players chose to play for stronger national teams instead of their little-known native countries, but things would change had the Pacific islands the chance of fighting for relevant targets in the footballing panorama.

Why on Earth should Brad McDonald or Tahj Minniecon decide to play for teams who only get a handful of matches every four years instead of living with the potential hope of playing a World Cup with Australia (despite it seems unlikely for them)?

10.The history

The birth of the AOFC would mark the start of a new era for football in Oceania. And for these small countries every chance of playing would be historic, a pleasurable novelty, which would then become a habit. Unfortunately the ideas of just few people to make a whole continent dream will never be enough, a turn like this needs that the first steps come from the OFC’s headquarters. The only thing we can do is waiting for some good news, and maybe continuing to spread and create new ideas. Let’s hope one day we’ll wake up seeing this dream come true.

 

AOFC: dieci motivi per dire sì

Asian Oceanian Football Confederation. La soluzione ai problemi di isolamento, arretrazza e scarsa competitività internazionale che coinvolgono il calcio dell’OFC potrebbe trovarsi qui, nella vicina confederazione asiatica. Sì, perchè integrare i paesi oceanici all’interno di un panorama in forte sviluppo calcistico come quello asiatico rappresenterebbe davvero una svolta decisiva per questo sport per le piccole nazioni del pacifico.
Si tratta, chiaramente, solo di un’idea, di concreto non c’è nulla, anche se la Nuova Zelanda ha provato a muovere qualcosa chiedendo alla FIFA di disputare l’ultimo turno di qualificazioni mondiali tra i gironi asiatici, ma Blatter s’è rifiutato categoricamente, facendo scontenti un po’ tutti.
Ma andiamo ad analizzare insieme i dieci benefici principali che deriverebbero dalla nascita dell’AOFC.

1. Competitività internazionale

Quando sentiamo parlare di Oceania, di Nuova Zelanda, di Fiji, di Tonga e via dicendo, spesso sentiamo associato a questi paesi il rugby, sport in cui eccellono. Del calcio invece non si parla mai, visto che il livello è talmente scarso e modesto che la grande maggioranza di queste nazioni farebbe fatica a competere nella nostra Eccellenza.
Confrontarsi continuamente contro squadre di un livello superiore in un contesto come quello asiatico non farebbe altro che accrescere l’esperienza e la familiarità di queste nazioni col gioco del calcio; e ne trarrebbe beneficio soprattutto la loro competitività a livello internazionale.

2. I Club

Vale lo stesso discorso per i club: continuare a confrontarsi ripetutamente contro gli stessi avversari (per di più di un livello così basso) non ha senso.
Nel panorama mondiale, le squadre di club dell’OFC vengono chiamate in causa solamente in occasione del Mondiale per Club, e possono accedervi solo passando (un impari e difficile) play-off.
E’ molto più utile che gli stessi club giochino con regolarità a certi livelli, non solo una volta all’anno. Certo, Seongnam e Nagoya non saranno il Barcellona e il Manchester United, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto allo status quo attuale.

3. Sviluppo tecnico

A livello di calciatori giovani, adulti, esperienza, arbitri, gestioni societarie:
il calcio oceanico migliorerebbe sensibilmente sotto ogni punto di vista.
Possiamo considerare questo il punto cardine attorno a cui ruotano tutti gli altri benefici.
Bisogna partire quasi da zero, ma le intenzioni e l’approccio positivo sono certamente un punto a favore, perchè la voglia per progredire non manca di certo.

4. L’aspetto economico

Aspetto di assoluta importanza.
L’OFC vive di fondi provenienti dalla FIFA e dalla FFA, la federazione di calcio australiana, membro dell’AFC dal 2006; possiede un capitale così ridotto da non poter contribuire ad organizzare amichevoli o tornei internazionali tra le nazioni membre a causa dei costi eccessivi dei voli aerei.
Una cosa che può anche far sorridere, pensando a quanti soldi girano nel calcio in quasi tutto il resto del mondo.
L’AFC invece dispone di risorse sterminate, tra emiri e miliardari vari.
Purtroppo tutti noi sappiamo quanto siano necessari i soldi in questo sport, e senza di essi la maggior parte delle volte (se non sempre) non si va da nessuna parte.

5. La passione dei tifosi

In paesi come Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Vanuatu il calcio è considerato lo sport nazionale, ed è molto praticato e seguito.
E’ giusto che i desideri dei tifosi vengano accontentati: meritano anche loro di poter vivere una serata di una certa importanza, magari in una partita di qualificazione ad un mondiale. Basti pensare che oltre 10,000 persone hanno assistito alla finale dei Giochi del Pacifico di questo settembre…

6. Giocare regolarmente

Fattori come i costi eccessivi e lo scarso interesse mediatico internazionale contribuiscono a posizionare il calcio a livelli infimi nella scala gerarchica del continente.
Così, non c’è da stupirsi se leggiamo che la maggior parte delle squadre affiliate all’OFC giochi solo una volta ogni quattro anni, in occasione dei Giochi del Pacifico e delle qualificazioni mondiali, quando questi due tornei non coincidono, riducendo ancora il numero delle partite, come capitato diverse volte.
Se non si gioca mai, migliorarsi diventa un’impresa.

7. Visibilità

Ipotizziamo che si organizzi un’amichevole tra Papua Nuova Guinea e Indonesia, nazioni confinanti tra loro.
I guineani, oltre a giocarsi una sorta di derby contro i vicini indonesiani, avrebbero addosso gli occhi di una nazione intera, composta da oltre 200 milioni di persone, a maggior ragione se legatissima al calcio come l’Indonesia. Roba di un’altro mondo, se pensiamo che gli avversari di turno sono paesi come il Tuvalu o le Samoa Americane, che messi insieme non arrivano a 90,000 abitanti.
E anche i talenti locali gioverebbero della visibilità che l’AFC garantisce, evitando di venire snobbati leggendo il loro paese di provenienza sulla carta d’identità. Perchè purtroppo è così raro trovare un calciatore adatto a livelli professionistici in Oceania che accadono anche cose di questo tipo.

8. Nuova Zelanda: lo stile british in Asia

Anche l’AFC trarrebbe vantaggio da questa fusione tra le due confederazioni, perchè vedrebbe nella propria schiera di membri una nazione che calcisticamente si sta evolvendo in maniera impressionante: stiamo parlando della Nuova Zelanda.
Non solo i kiwis negli ultimi mondiali in Sudafrica hanno dimostrato di saperci fare fisicamente e tatticamente, ma soprattutto a livello giovanile stanno crescendo esponenzialmente in capacità tecniche, come visto dall’under 17 nella spedizione messicana e da promesse come Rojas, Barbarouses, Wood, Payne.
Una squadra che basa le proprie fondamenta sulla fisicità tipica dei britannici con annessa qualità emergente: un biglietto da visita più che interessante.

9. Gli oriundi: futuri eroi?

Poco sopra ho scritto che è quasi impossibile trovare calciatori adatti al professionismo nei paesi oceanici.
Quasi, appunto, perchè alcuni ci sono, ed anche interessanti, come Brad McDonald (terzino sinistro nell’u23 australiana originario della Papua Nuova Guinea), Tahj Minniecon (trequartista mezzo samoano che gioca nell’A-League), Adrian Mariappa (capitano del Watford, originario delle Fiji) ed altri ancora. Altri invece, hanno preferito optare per altri nazionali, come Karembeu (neocaledoniano campione del mondo con la Francia nel ’98), Tim Cahill (mezzo samoano anche lui, gioca con l’Australia).
Ma la maggior parte di questi oriundi preferisce, logicamente, giocare per nazioni che hanno possibilità di qualificarsi alla coppa del mondo, o comunque paesi che possono vantare una certa importanza e rilevanza nel panorama calcistico.
Se i paesi membri dell’OFC avessero l’opportunità di giocare regolarmente e contro squadre di un certo prestigio, lottando per obiettivi concreti, ci sarebbero più calciatori disposti a giocare per loro.
Chi glielo fa fare a Minniecon di giocare per le Samoa una manciata di partite ogni quattro anni invece che giocare in un mondiale con l’Australia?

10. Per la storia

L’AOFC sarebbe l’inizio di una nuova era per il calcio in Oceania.
E per questi paesi ogni occasione per giocare sarebbe storica, una piacevole novità, che diventerebbe abitudine.
Purtroppo non bastano le idee di poche persone per far sognare un continente, una svolta del genere richiede che si muovano i piani alti.
Non ci resta far altro che aspettare. Sperando di poterci risvegliare un giorno ed esclamare: non è più sogno, ma è realtà.

A cura di Christian Rizzitelli

Alla scoperta della nazionale del Nepal

Un paese che mi ha da sempre affascinato è stato il Nepal. Terra di leggende, di misteri, un altro stile di vita, isolato dall’industrializzazione, con moltissime usanze intriganti e curiose.
Sebbene esistano ben oltre 100 gruppi etnici nel paese, un elemento che accomuna la popolazione è lo sport. Su tutti, ovviamente, il calcio.
Il calcio di quelle parti è ben lontano da quello occidentale, soprattutto per ovvie ragioni economiche. Difficilmente si trova un campo in condizioni decenti (i terreni sono quasi tutti in dislivello) e infrastrutture che permettano un adeguato sviluppo sportivo, ma nonostante ciò è follemente amato dal paese. Anche gli stipendi dei calciatori sono imparagonabili, basti pensare che uno dei calciatori più rappresentativi della nazionale nepalese, Santosh Shahukhala, guadagna solamente 8430 dollari l’anno.

Nonostante, come già riportato sopra, il calcio sia molto popolare, i risultati ottenuti nella storia dalla nazionale nepalese sono sempre stati scadenti. In 149 partite giocate, ben 95 sono sconfitte, alcune umilianti, come il 16-0 subito contro la Corea del Sud nel 2003.
Negli ultimi anni, però, i risultati sono stati più incoraggianti sotto la guida del ct Graham Roberts (ex giocatore della nazionale inglese), alcuni entusiasmanti, grazie anche ad un’iniezione di talento che non si era mai vista da quelle parti dopo che nel 2010 è stata creata una lega professionistica, la Martyr’s Memorial A-Division League.
Il primo successo dei guerrieri himalayani è stata la qualificazione ottenuta alla AFC Challenge Cup del 2012, competizione che si svolgerà proprio in Nepal, il cui vincitore si qualificherà alla Coppa d’Asia del 2015, in Australia. Tutte le partite verrano giocate nello storico stadio della nazionale nepalese, il Dasarath Rangasala Stadium di Kathmandu, capace di ospitare 30.000 spettatori, e i padroni di casa dovranno vedersela con Palestina, Filippine, India, Turkmenistan, Maldive, Tajikistan e Corea del Nord. Avversari abbastanza tosti, ma non impossibili.
La qualificazione è stata ottenuta dopo che il Nepal si è piazzato secondo al girone con Corea del Nord (0-1), Afghanistan (1-0) e Sri Lanka (0-0).
Se il risultato contro lo Sri Lanka è deludente, è molto più soddisfacente l’esiguo passivo subito dalla Corea del Nord, avversario molto più quotato dei nostri nepalesi.
Ma dopo queste tre importanti partite, il ct Roberts ha dovuto affrontare il primo turno di qualificazione mondiale contro Timor Est. Il Nepal partiva favorito, ed ha rispettato il pronostico, vincendo 2-1 e 5-0 le due gare.
Nel turno successivo, giocato pochi mesi fa, l’avversario di turno era la tostissima Giordania. Purtroppo il Nepal ha estremamente sfigurato nella gara d’andata, vedendo sconfitto addirittura 9-0. Ma nel ritorno, davanti ad oltre 20,000 spettatori, l’inaspettato 1-1 è stato accolto come un evento d’orgoglio nazionale: in condizioni di gioco al limite dell’impossibile, i ragazzi di Roberts hanno tirato fuori una grandissima prova, che sarebbe potuta finire addirittura meglio.
Ed i recenti risultati delle squadre giovanili (come il pareggio per 1-1 della nazionale u16 contro l’Arabia Saudita di qualche giorno fa) fanno ben sperare in un futuro più roseo.

Passiamo ora ad analizzare i giocatori, che militano quasi tutti in patria.
Molta gente è convinta che i calciatori di queste parti abbiano enormi lacune dal punto di vista fisico, ma il Nepal rappresenta un’eccezione, avendo diversi calciatori ben strutturati.
Sebbene possa sembrare un paradosso, il fatto di dover giocare in campi che sembrano più deserti con dune più che adatti al calcio, costringe i nepalesi a migliorare continuamente la tecnica individuale.
Il talento per distacco più interessante è indubbiamente il difensore centrale Rohit Chand.
Chand è un ragazzo di 19 anni estremamente tecnico, composto e intelligente, decisamente superiore ai suoi simpatici compagni di nazionale. Ha sostenuto e superato provini con Arsenal e Tottenham, è inseguito anche dal Lille, ma il suo sogno è sempre stato quello di voler giocare in Inghilterra. Così, per le noiose e particolari leggi inglesi sugli extracomunitari, si è dovuto accontentare del Kettering Town per il frattempo, club per il quale è indubbiamente sprecato, ma che gli darà l’opportunità di diventare il primo calciatore nepalese a giocare in Europa.
Ovviamente il suo potenziale è molto più alto, quasi a livelli top secondo Roberts, che di calcio inglese se ne intende, avendo militato tanti anni in Premier League con Tottenham e Chelsea.
“E’ senza ombra di dubbio, e per notevole distacco, il miglior calciatore che io abbia mai allenato, giocherà certamente ai livelli più alti del calcio europeo.”
Un gran biglietto da visita per un ragazzo, che è già diventato un eroe in patria.
Ma di eroe ce n’è un altro, sebbene il suo talento non sia lontanamente paragonabile a quello del fenomeno Rohit Chand. Stiamo parlando di Anil Gurung, che nel 2009, dopo aver siglato ben 32 reti in 24 partite nel campionato nepalese, ha sostenuto un provino di 4 mesi con le riserve del Chelsea e col Woking, club di Conference.
Nonostante non abbia superato la prova, è stato riaccolto in patria come un idolo nazionale, aprendo gli orizzonti europei al calcio nepalese.
Gli altri giocatori più interessanti sono il centrocampista Sandip Rai, l’attaccante Santosh Shahukhala e un altro centrocampista col vizio del gol, Bharat Khawas. Da segnalare anche quattro ragazzi 16enni già convocati in nazionale maggiore per dei camp: si tratta di Heman Gurung, Bishwas Shrestha, Aditya Choudhary e Sanjaya Rajbahak.

A cura di Christian Rizzitelli

Analisi tattica: ottima Australia senza Cahill

Martedì sera è andato in scena a Dammam il confronto tra Arabia Saudita e Australia, vinto per 3-1 dai Socceroos, come prevedibile.
La squadra di Osieck è scesa in campo con la seguente formazione:

A sorpresa il ct tedesco ha lasciato fuori Tim Cahill spostando Holman in posizione di trequartista, avanzando a centrocampo McKay.
Le grafiche nel pre partita mostravano questo schieramento come un 4-2-3-1, ma in realtà si è trattato di un 4-4-1-1 con gli esterni di centrocampo molto a ridosso della linea dei mediani.
Il calcio mostrato dall’Australia è stato molto buono: oltre a diverse iniziative individuali, soprattutto di Holman e Zullo, si è vista una buona capacità di palleggio che ha permesso alla manovra di essere fluida.
Il primo goal è nato da un ottimo movimento sincronizzato tra Jedinak, Emerton e Wilkshire. Il centrocampista del Crystal Palace, in possesso palla, apre sulla destra per Wilkshire, che sfrutta un corridoio creato alla perfezione da Emerton, che accentrandosi ha portato via un uomo favorendo lo spazio per l’inserimento del terzino. E Wilkshire, in possesso di palla, non ha dovuto far altro che crossare, avendo in area una torre come Kennedy, che ha sfruttato al meglio l’invito del compagno insaccando di testa. Da notare che sul colpo di testa del gigante australiano, Holman e McKay si erano scambiati le posizioni, col il primo che con una finta era andato subito sul secondo palo, ricoprendo una posizione da attaccante esterno, eludendo in tal mondo l’approssimativa disposizione difensiva degli arabi, pronto a raccogliere un’eventuale respinta o sponda di Kennedy; McKay invece avrebbe potuto ostacolare la ripartenza dell’Arabia Saudita, o calciare dal limite dell’area, qualora il pallone fosse arrivato nella sua zona.

N.B.: Le frecce rosse indicano il movimento del pallone, quelle gialle indicano il movimento del calciatore senza palla, l’estremità della freccia è il punto di arrivo del calciatore o del pallone.

Le altre azioni pericolose dell’Australia sono nate quasi tutte da movimenti simili: il terzino (Wilkshire o Zullo, soprattutto il secondo) sfrutta il corridoio creato dall’esterno accentratosi ricevendo palla da uno dei due mediani (Valeri o Jedinak), e poi o crossa per Kennedy, come nel caso del primo gol, o combina con Holman, il quale ha spesso cercato di chiudere triangolazioni, di servire un’ulteriore inserimento dalle retrovie dei centrocampisti, sia esterni che centrali: frequenti infatti sono stati i tentativi di tiro da fuori.

Il secondo gol è nato in maniera abbastanza rocambolesca, con un clamoroso errore del portiere Al Otaibi che cerca di servire con un passaggio rasoterra un compagno girato. Per Holman, ritrovatosi col pallone fra i piedi, è stato un gioco da ragazzi servire Kennedy, che fa 2-0.
Nella ripresa gli arabi avevano iniziato ad attaccare in maniera più convinta, sfruttando la creatività di Otaif e la tecnica di Hazazi. Non hanno prodotto molto però, anzi, le loro giocate sono state spesso fumose. Il pressing alto della squadra di Rijkaard su Valeri e Jedinak ha comunque creato alcuni grattacapi ai canguri, creando alcune azioni pericolose, come nel caso del goal del parziale 2-1, in cui Zullo non riesce a chiudere un avversario in un 3 vs 4 creatosi al limite dell’area di Schwarzer, commettendo un fallo da rigore, che Al Shamrani si fa parare dal portiere del Fulham, ribattendo però in rete la respinta.
Il terzo goal australiano è un altro rigore trasformato da Wilkshire per fallo su Kennedy, trattenuto vistosamente da un avversario mentre spioveva in area un pallone da corner.

L’Australia, dunque, cambiando sistema di gioco in assenza di McDonald (infortunatosi col Middlesbrough), affidandosi di meno al gioco aereo e ai lanci lunghi per le teste di Cahill e Kennedy come in occasione della brutta prestazione contro la Thailandia, è riuscita a convincere nella partita (probabilmente) più difficile del girone.
Ora non aspettiamoci di vedere Cahill sempre fuori dai titolari, dato che è il miglior calciatore di questa squadra e il gioco va costruito attorno a lui, ma ogni tanto bisogna rinunciare alle qualità del singolo per beneficiare il collettivo, e in questo caso l’esperimento è riuscito perfettamente.

A cura di Christian Rizzitelli

Le grandi a fatica, le piccole impressionano

Questo primo turno del terzo round di qualificazione verso Brasile 2014 ha riservato diverse sorprese, con alcune imprese, clamorose, sfiorate.
Australia, Giappone,Uzbekistan e Cina sono partite tutte con i favori del pronostico, ma hanno dovuto faticare parecchio, molto più di quanto ci si aspettasse, prima di ottenere i tre punti.
Ma andiamo per ordine, partendo dal gruppo A, quello formato da Cina, Giordania, Iraq e Singapore.

GRUPPO A:

Cina – Singapore 2-1 33’Duric 69’Zheng Zhi (rig) 73’Yu Hai

Iraq – Giordania 0-2 43′ Abdel Fattah 47’Deeb

CLASSIFICA:

Giordania 3
Cina 3
Singapore 0
Iraq 0

La Cina ha oltremodo sofferto in un match facile sulla carta, contro il modesto ma combattente Singapore. Gli ospiti si sono portati in vantaggio grazie ad un gol del 41enne sempreverde Aleksandar Duric, in contropiede. I padroni di casa hanno incominciato ad assediare l’area avversaria, ma Singapore si difendeva bene, lottando con i denti. Quando i giochi stavano per farsi veramente complicati, ci ha pensato l’ex Birmingham e Celtic, Zheng Zhi, a cambiare la partita, dopo il suo ingresso a nella ripresa; prima ha siglato il rigore dell’1-1 (69′), e poi ha propiziato l’azione del gol del 2-1 segnato al 73′ da Yu Hai.
Nell’altro match impresa della Giordania, che espugna con un secco 2-0 il campo dell’Iraq, grazie alle reti al 43′ di Abdal Fatteh e al 47′ di Deeb, entrambi giocatori dell’Al Wahdat, confermando quanto ciò di buono aveva fatto vedere nell’ultima Coppa d’Asia.
L’Iraq è stato molto sfortunato, avendo colpito due traverse, ma la vittoria degli ospiti è assolutamente meritata, avendo attaccato dall’inizio e mostrandosi sempre pericolosi, soprattutto con Deeb, man of the match dell’incontro.

GRUPPO B:

Corea del Sud – Libano 6-0 8′ Park 46’Park 66’Ji 67’Park 82’Kim Jung Woo 85’Ji

Emirati Arabi Uniti – Kuwait 2-3 7’Nasser 51’Al Mutwa 65’Nasser 84’Al Hammadi 89’Khalil

CLASSIFICA:

Corea del Sud 3
Kuwait 3
Emirati Arabi Uniti 3
Libano 0

Nel gruppo B facile la vittoria della Corea del Sud contro il Libano. Un 6-0 senza storie, caratterizzato dalla tripletta del neo acquisto dell’Arsenal, Park Chu Young, e dalla doppietta del giovane attaccante del Sunderland, Ji Dong Won.
Non c’è molto da dire se non che dopo il primo tempo, conclusosi sul 2-0, il Libano ha avuto qualche chance di riaprire l’incontro, ma il 3-0 dei coreani ha spento ogni speranza dei libanesi che poi hanno subito l’imbarcata.
Nell’altro match, decisamente più equilibrato sulla carta, il Kuwait ottiene un’importantissima vittoria contro i rivali del golfo degli Emirati Arabi. La doppietta del giovane Nasser (sono già 17 le sue reti in nazionale, in 24 presenze) e la rete di Al Mutwa spianano la strada agli ospiti che devono però soffrire, in un finale al cardiopalma, il ritorno dei padroni di casa, a cui però non bastano i gol di Al Hammadi e del solito Khalil.

GRUPPO C

Giappone – Corea del Nord 1-0 94’Yoshida

Tajikistan – Uzbekistan 0-1 72’Shatskikh

CLASSIFICA

Uzbekistan 3
Giappone 3
Corea del Nord 0
Tajikistan 0

Il gruppo della morte si apre con due vittorie di misura, estremamente sofferte, delle favorite Uzbekistan e Giappone.
La squadra di Zaccheroni domina l’intero incontro, nonostante le diverse assenze (su tutte quella di Keisuke Honda, che starà fuori 3 mesi per un recente infortunio al ginocchio) domina l’incontro, giocando una gara molto paziente: gli sforzi dei Blue Samurai alla fine sono premiati dal colpo di testa di Yoshida, difensore che gioca in Olanda nel VVV Venlo, al 94′.
Anche l’Uzbekistan, che giocava contro il Tajikistan, ammesso al turno successivo dopo la squalifica della Siria, ha dovuto fatica parecchio. La vittoria è arrivata grazie al gol dell’attaccante Shatskikh a circa un quarto d’ora dal termine, dopo che i padroni di casa avevano resistito agli assati degli ospiti in maniera piuttosto egregia.

GRUPPO D

Australia – Thailandia 2-1 14’Dangda 58’Kennedy 86’Brosque

Oman – Arabia Saudita 0-0

CLASSIFICA

Australia 3
Arabia Saudita 1
Oman 1
Thailandia 0

Tremendamente sofferta la vittoria dei Socceroos contro l’apparente cenerentola Thailandia. Gli uomini di Osieck, dopo essere passati in svantaggio per un magistrale contropiede degli “elefanti” capitalizzato da un bel sinistro al volo dalla stella Teerasil Dangda, hanno incominciato un lunghissimo assedio, ma sterile, dato che la Thailandia si rinchiudeva con 11 uomini dietro la linea della palla e lasciava pochissimi spazi ai Socceroos. Nella ripresa l’impetuosità degli attacchi dei padroni di casa è aumentata, e la tanto cercata rete del pari è arrivata al 58′ con Kennedy, che sfrutta un errore del quasi perfetto Hathairattanakool, che sostituiva l’infortunato Thammasatchanan. All’86’ poi arriva anche il gol del 2-1 segnato da Brosque, dopo una mischia. Una vittoria di cuore, per gli Aussies, ma troppo stentata: “It feels like a loss”, dirà poi Schwarzer, in un’intervista.
L’altro match tra Oman e Arabia Saudita si conclude sullo 0-0, risultato più positivo per i padroni di casa che per gli ospiti, che dovranno vincere contro l’Australia nel secondo turno per non complicarsi la vita in queste qualificazioni. Il 4-3-3 classico stile dutch degli uomini di Rijkaard non è sembrato funzionare a dovere.

GRUPPO E

Iran – Indonesia 3-0 53’Nekounam 74’Nekounam 87’Teymourian

Bahrein – Qatar 0-0

CLASSIFICA

Iran 3
Qatar 1
Bahrein 1
Indonesia 0

L’Iran ottiene una netta vittoria, più difficile del previsto, contro l’Indonesia, grazie alla doppietta del suo capitano Javad Nekounam, e alla rete dell’ex Fulham, Teymourian.
Il primo tempo si è concluso sullo 0-0, con un’Indonesia piuttosto solida: nella ripresa però, due colpi di stessa da due calci piazzati dello stesso Nekounam hanno tagliato le gambe ai Garuda, che hanno subito nel finale il terzo gol, dopo una bella manovra corale.
Si conclude sullo 0-0 il derby arabo tra Bahrein e Qatar, con i padroni di casa che partivano favoriti e che hanno dominato larga parte dell’incontro, senza però riuscire a trovare la rete sperata: due punti persi per la squadra di Peter Taylor.

A cura di Christian Rizzitelli

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