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All’alba di una nuova era: la rinascita del Myanmar dopo cinquant’anni di oblio

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Il Myanmar degli ultimi tempi è una squadra coraggiosa, volenterosa e tanto affamata, come le numerose tigri che popolano le sue lussureggianti e sterminate foreste. Il paese ha voglia di riscatto, dopo oltre cinquant’anni passati nell’oblio e nel dimenticatoio del calcio continentale, del quale un tempo è stata tra le massime e più brillanti esponenti.

Naturalmente, la gente di quella che fino a poco più di vent’anni fa era nota a tutti come Birmania ha avuto ben altro di cui preoccuparsi in quel travagliato periodo, che dello scarso successo della propria nazionale di calcio da metà del secolo scorso in poi. La spietata dittatura militare sotto la quale il popolo birmano è stato costretto a vivere dal 1962 ha oppresso ogni libertà individuale ed ha impedito ogni iniziativa che non provenisse dagli alti ranghi del regime in qualsiasi ambito, da quelli politico ed economico sino ad ogni aspetto culturale, che dei primi due rappresenta la naturale ripercussione sulla società. In questo senso, il declino calcistico del Myanmar è stato frutto di quello del paese, causato da un regime che non ha mai tollerato alcun atteggiamento che si scostasse anche solo un minimo dalle direttive della giunta al potere.

Ma adesso, tutto questo sembrerebbe – il condizionale è d’obbligo – appartenere al passato. Con il passaggio di consegne tra il generale Than Shwe – superstizioso leader tristemente noto per la sua crudeltà nel reprimere ogni forma di dissenso e per i trattamenti disumani che i suoi uomini hanno sempre riservato ai prigionieri politici – e il suo successore Thein Sein, il governo birmano si è aperto ad una serie di riforme tese ad evolvere il paese in senso democratico. Indubbiamente si tratta di una transizione che richiederà molto tempo, visto che la popolazione birmana deve risollevarsi da quasi mezzo secolo di oppressioni, e già non mancano le prime controversie del nuovo governo, come il durissimo ostracismo del nuovo premier nei confronti della minoranza musulmana di Rohingya, sistematicamente perseguitata per volontà dello stesso Thein Sein, il quale si è reso anche protagonista di una serie di inquietanti uscite a stampo razzista che hanno fatto severamente preoccupare la comunità internazionale.

La strada è però ormai tracciata, ed in fondo a questo tunnel che la Birmania ha impiegato quasi cinquant’anni a percorrere si vede un barlume di luce, simbolo della speranza alla quale si aggrappano le oltre sessanta milioni di persone che abitano questa terra del Sudest asiatico. Ed è qui che entra di scena il calcio. Uno dei miglioramenti più evidenti che preludono alla nuova era democratica birmana – e andato parallelo con la svolta politica e sociale – è rappresentato dai progressi del mondo sportivo birmano, con il calcio in primis. Gli ‘Angeli Bianchi‘ della nazionale del Myanmar sono ancora molto lontani dal poter emulare i propri connazionali che conclusero al secondo posto la Coppa d’Asia del 1968 dietro all’Iran (che avevano sconfitto due anni prima nella finale dei Giochi Asiatici, successo che ripeteranno nel 1970 e che sarà accolto con festeggiamenti in tutto il paese) e, a dire il vero, rimangono piuttosto distanti anche solo da un’eventuale qualificazione al massimo torneo continentale, del quale quella del 1968 rimane l’unica partecipazione. A conferma di questo, c’è anche il fatto che attualmente la nazionale birmana occupa solo la posizione numero 163 del Ranking FIFA, dietro a Ciad, Lesotho e Isole Salomone, e nove posti dietro Tahiti.

Il futuro del calcio birmano, post Golden Generation degli anni sessanta, però, non è mai stato così promettente come ora. In particolar modo, dopo la creazione della Myanmar National League (MNL) nel 2009, il primo campionato professionistico nel paese, il livello tecnico e le prestazioni sia della nazionale maggiore che di quelle giovanili, sono aumentati considerevolmente. Il risultato più evidente di questa crescita è stato dato dalla qualificazione della selezione under-22 alla Coppa d’Asia di categoria. Nemmeno il ct Park Sung-Wha, 92 presenze e 28 reti con la nazionale sudcoreana tra il ’74 e l’84, lo avrebbe mai pensato, come dichiarato al Myanmar Times al termine della deludente preparazione della sua squadra svoltasi nella sua terra natale, nella quale il Myanmar perse tutte e cinque le amichevoli disputate contro squadre universitarie coreane. “Il Myanmar non ha avuto alcun modo di battere le squadre sudcoreane. Loro [gli avversari] erano solo selezioni composte da studenti universitari ma la qualità tecnica era [già] troppo differente. I ragazzi devono rendersi conto di quale sia il loro livello e combattere di più”.

Detto, fatto. Nonostante i dubbi di ct Park (“sarà ancora molto difficile che il Myanmar si qualifichi; dobbiamo battere Malesia, Vietnam e Taipei Cinese, e sto pensando a come vincere contro queste squadre”), i giovani birmani hanno concluso imbattuti la campagna di qualificazione, con quattro vittorie e un pareggio. Le tanto temute selezioni sopracitate sono state tutte superate (il Vietnam per 3-1, Taipei Cinese con un roboante 6-2 e la Malesia 2-1 nell’ultimo turno del girone), e Park è stato persino testimone del pareggio a reti bianche contro la quotatissima Corea del Sud, che sì schierava calciatori provenienti da squadre universitarie, ma rimaneva pur sempre la super favorita del girone, che ha poi concluso in testa a pari merito con il Myanmar. Da aggiungere c’è poi anche il 5-1 alle Filippine. Una campagna trionfale.

L’aver disputato le gare tra le mura amiche del Thuwunna Stadium è stato un fattore chiave. Ma senza le prodezze di giovani come Kyaw Ko Ko e Kyi Lin, solo per citarne due, sarebbe stato difficile. Questa nuova generazione costituisce anche l’ossatura della nazionale maggiore, tanto che nella squadra convocata da Park per le qualificazioni alla Challenge Cup del 2014 (torneo per nazionali minori asiatiche, il cui vincitore stacca un biglietto per la prossima Coppa d’Asia del 2015 in Australia) c’erano solo cinque giocatori su 23 con età superiore ai ventitre anni. Se buon sangue non mente, ci sarà molto da aspettarsi dal Myanmar degli anni a venire. Un’altra dimostrazione è arrivata proprio dalle qualificazioni alla Challenge Cup. L’esperienza di due anni fa fu fallimentare, il Myanmar non riuscì nemmeno a qualificarsi raccogliendo un solo punto (1-1 con le Filippine) perdendo contro il Bangladesh per 2-0 e la Palestina per 3-1. Tutte partite disputate in casa, anche se l’affluenza di pubblico fu modesta; il picco fu raggiunto nella gara contro il Bangladesh alla quale assistettero solo 3,000 spettatori. Ma quella era, ormai, un’altra epoca. Per fare un’idea, la gara dell’under-23 contro la Corea del Sud fu vista da oltre 28,000 persone. Il pubblico ha risposto presente al nuovo corso intrapreso dalla nazionale. E il Myanmar non ha deluso, anzi, ben pochi si aspettavano che la squadra potesse vincere il girone con India, Taipei Cinese e Guam. L’ostacolo indiano veniva considerato quasi insormontabile, a maggior ragione dopo il deludente 1-1 di Myanmar contro Taipei Cinese (risultato, in realtà, maturato solo nel finale a causa di un rigore inesistente assegnato agli ospiti e trasformato da Lee Meng-chian). Il Guam era invece stato agevolmente superato per 5-0 nel primo incontro.

Contro tutti i pronostici, però, un goal di Soe Min Oo, classe 1988, tra i più anziani della banda, è bastato a decidere l’incontro sancendo un’insperata qualificazione. Insperata per tutti coloro che credono che il Myanmar sia lo stesso di due anni fa. Al tempo, era inconcepibile pensare di poter sconfiggere una selezione che solo nel 2011 aveva persino preso parte alla Coppa d’Asia (l’India). Ora è realtà, eccome. E le attese per vedere come il Myanmar si comporterà alla prossima Coppa d’Asia U-23, alla Challenge Cup che vale la Coppa d’Asia, e all’edizione del massimo torneo continentale U-19 del 2014, alla quale è già qualificato in quanto paese ospitante, crescono vertiginosamente.

Chiaramente, questo percorso è stato costellato anche da qualche intoppo. Ed era inevitabile. Su tutti la Suzuki Cup, sentitissimo torneo che coinvolge le nazionali del Sudest asiatico, dove il Myanmar è stato eliminato alla prima fase con un solo punto in tre gare, maturato in un 1-1 contro il Vietnam. Il 4-0 subito dai rivali della Thailandia, poi, è stato un risultato molto pesante da digerire. Ma è normale che una squadra con così poca esperienza trovi delle difficoltà. L’importante è imparare la lezione, e il Myanmar ha dimostrato nella Challenge Cup di avercela fatta brillantemente.

La rinascita della terre delle tigri ha suscitato nuovi interessi dall’estero per i calciatori del paese. Su tutti, Kyaw Ko Ko, attaccante classe ’92, ha dimostrato di saperci fare per davvero, tanto da guadagnarsi l’interesse di Norimberga e Helsingborg. Per ora rimane in patria, con lo Yangon United, ma è molto probabile che il prossimo passo della sua carriera sia all’estero, come minimo in qualche campionato asiatico di livello superiore. Discorso analogo vale per Kyi Lin, messosi in luce alla Suzuki Cup e alla relativa campagna di qualificazione, che secondo alcuni rumours avrebbe attratto dei club giapponesi. Adesso si parla di un possibile trasferimento nella Malaysia Super League, il campionato malese, ma l’esterno birmano coetaneo di Kyaw Ko Ko merita sicuramente molto di più. Anche perché la differenza tra Myanmar e Malesia, ormai, non è nemmeno tanto marcata. Come invece lo era due anni fa.

Il primato incontrastato di Suk Bahadur, quello unanimemente considerato il miglior calciatore che la Birmania abbia mai prodotto, visto il suo ruolo di autentica stella della Golden Generation degli anni tra il 1950 e il 1970, potrebbe essere messo in discussione in un futuro prossimo. Certo, il Myanmar è solo all’inizio, e ne passerà di tempo prima che tornerà ad essere competitivo con Corea del Sud e Iran, come in quei gloriosi anni. Non è neanche detto che accada di nuovo. Ma, se il buongiorno si vede dal mattino, il paese, tra gli sforzi verso la democrazia e la conseguente rinascita sportiva, potrebbe davvero essere all’alba di una nuova era.

Christian Rizzitelli

SEA Games: le tigri ruggiscono ancora

Ancora una volta Malesia. Per la seconda volta consecutiva, sono le tigri ad aggiudicarsi il torneo disputato tra le nazionali under 23 dell’Asia del Sudest, grazie ad una drammatica vittoria in finale ai calci di rigore contro la deludente Indonesia, paese ospitante della manifestazione.

Il torneo

Tutti gli undici paesi della zona subcontinentale hanno preso parte alla manifestazione, per un totale di undici squadre suddivise in due gironi. Il Gruppo A, che comprendeva Indonesia, Malesia, Thailandia, Cambogia e Singapore, è stato vinto da Malesia ed Indonesia; il Gruppo B, composto da Vietnam, Filippine, Myanmar, Laos, Timor Est e Brunei, è stato vinto invece da Vietnam e Myanmar. Le semifinali sono andate come da pronostico: l’Indonesia ha superato per 2-0 il Vietnam, con i gol di Wanggai e Bonai, mentre la Malesia ha vinto solo all’85’ contro il super sorprendente Myanmar, grazie a Fakri. La finale, giocata al Gelora Bung Karno Stadium di fronte ad oltre 90,000 spettatori, sì è conclusa sull’1-1 ai supplementari (per l’Indonesia rete di Gunawan al 5′, per la Malesia pareggio al 34′ di Asraruddin, tutto nel primo tempo) ed ai rigori è stato decisivo il portiere malese Khairul Fahmi, che parato due rigori, regalando la vittoria ai suoi. Medaglia di bronzo per il Myanmar che ha schiantato 4-1 il Vietnam nella finalina per il terzo posto.

La partita

Come scontato, la partita più importante e suggestiva dell’intero torneo è stata la finale tra l’Indonesia e la Malesia, nazioni divise da un’acerrima rivalità. Le squadre si erano già incontrate nella fase a gironi, con la Malesia che era uscita meritatamente vincitrice per una rete a zero (decisivo al 17′ Syahrul). La finale però è tutta un’altra partita: l’Indonesia domina e passa in vantaggio dopo pochissimi minuti con un’incornata di Gunawan da calcio d’angolo, ma la Malesia riacciuffa il pari al 34′ con un gol abbastanza rocambolesco del terzino sinistro Asraruddin, giocatore che vanta ben 25 presenze nella nazionale maggiore. Il Team Garuda cerca di riportarsi in vantaggio, sospinto da un pubblico rumorosissimo, ma si deve arrendere alle prodezze di Khairul, vero man of the match dell’incontro. Ed il portiere del Kelantan FA (squadra del campionato malese) conclude in bellezza la sua splendida performance parando due rigori, dopo che la partita si era conclusa in parità al 120′. Ed ecco allora concretizzarsi l’ennesima delusione per l’Indonesia, il cui 2011, sia a livello senior che giovanile, è stato un completo disastro.

La sorpresa: il Myanmar

Senza ombra di dubbio, nessuno si sarebbe aspettato un torneo così positivo per il Myanmar. Da squadra materasso a rivelazione inaspettata: anzi, se non fosse stato per le parate del solito Khairul in semifinale, probabilmente la squadra dello svedese Hansson sarebbe pure approdata in finale, dove se la sarebbe giocata a viso aperto contro l’Indonesia. I calciatori burmesi hanno dimostrato di saper giocare a calcio, e anche da squadra: quattro vittorie (3-2 al Laos, 4-0 al Brunei, 5-0 alle Filippine, 1-0 a Timor Est) e un pareggio (0-0 col Vietnam, partita giocata per larghi tratti in inferiorità numerica) su cinque partite nel girone sono sicuramente un ruolino di marcia impronosticabile, quasi da schiacciasassi. E anche il 4-1 allo stesso Vietnam (stavolta in 11 contro 11) è un risultato che fa clamore, perchè negli anni la differenza tra le due nazionali è sempre stata piuttosto netta. Ed oltre alla bravura del ct Hansson, il Myanmar deve ringraziare Kyaw Ko Ko, a nostro parere il miglior calciatore dell’intera competizione.

La delusione: le Filippine

Gli Azkals hanno disputato un torneo di gran lunga al di sotto dell aspettative. Una squadra in cui erano presenti otto calciatori che militano tra Europa e Stati Uniti (si tratta della selezione con più calciatori militanti all’estero dell’intero torneo), doveva necessariamente fare qualcosa di più, ma molto di più. Gli uomini di Weiss hanno concluso con una sola vittoria, raggiunta al 93′ contro il Laos (risultato finale di 3-2) e addirittura quattro sconfitte, alcune delle quali clamorose (come contro Timor Est e Brunei), altre umilianti (il 5-0 dal Myanmar). Un netto passo indietro per il calcio del paese, che aveva mostrato segni di progresso evidenti e promettenti, con le recenti prestazioni della selezione maggiore.

Il talento del torneo: Kyaw Ko Ko

Il premio ufficiale di MVP del torneo è stato dato al centrocampista offensivo indonesiano Oktovianus Maniani, ma noi siamo di un altro avviso. Kyaw Ko Ko, 19enne attaccante del Myanmar e titolare stabile nella nazionale maggiore da diverso tempo, è sicuramente il giocatore che ha fatto intravedere talento e classe come nessun altro nell’intera competizione. Attaccante centrale, rapido, tecnico e dotato un buonissimo fiuto del gol (5 reti collezionati in 7 partite, con diversi assist), è stato un tormento continuo per le retroguardie avversarie, che non sono mai riuscite ad arginarlo (meraviglioso il gol del 4-0 alle Filippine, dove ha superato il diretto avversario con uno splendido sombrero). Il suo ct Stefan Hansson gli ha organizzato un provino per gennaio con un club svedese, l’Helsingborg, dove le qualità per poterci giocare non gli mancano. Per ora milita in patria, nello Zeyashwemye, club con il quale ha realizzato ben 20 gol in 18 partite di campionato.

Ma vale la pena nominarne altri

Oltre a Kyaw Ko Ko merita un’ulteriore menzione il portiere malesiano Khairul Fahmi, autore di diversi interventi decisivi e prodigiosi. Il ragazzo classe ’89 si contende con il thailandese Katwin Thammasatchanan (che non ha preso parte al torneo causa infortunio) il titolo di miglior portiere della zona. Inutile dire che una chance in Europa la meriterebbe anche lui. Ma paradossalmente il calciatore malese più interessante non è stato Khairul, ma il 17enne centrocampista centrale della squadra, il baby-fenomeno Nazmi Faiz: il ragazzo classe ’94 ha mostrato delle qualità assolutamente straordinarie per la sua età: precisione nei passaggi, tempi di gioco, senso della posizione, un portentoso tiro dalla distanza (da vedere il gol contro il Bahrein u23 nelle qualificazioni a Londra 2012, una sassata micidiale). Scout di tutta Europa, fate attenzione.
Anche l’Indonesia ha mostrato un paio di calciatori interessanti: su tutti Patrich Wanggai (5 reti nel torneo), definito il Nicolas Anelka locale, e Andik Vermansyah, centrocampista offensivo di 20 anni che avrà l’opportunità della vita con un provino offertogli dai Los Angeles Galaxy.

Note positive

Il ritorno del Brunei Dopo 10 anni di assenza, una selezione del paese torna a giocare in una manifestazione internazionale, scontata la squalifica imposagli dalla FIFA di 10 anni. Ed è stato un torneo più che positivo, con la selezione locale capace di conquistare 4 punti in 5 gare, grazie al 2-1 alle Filippine ed al 2-2 col Laos. Welcome back Brunei.

Tanti calciatori militanti all’estero E’ raro vedere in un torneo tra selezioni di questo livello e di questa zona del mondo così tanti calciatori che militano in campionati europei, statunitensi e perfino sudamericani (vedi Timor Est). In totale c’erano 17 giocatori tra Belgio, Germania (anche in 2. Bundesliga), Slovacchia, Brasile, Spagna, Olanda, Stati Uniti. Non si tratta di un risultato eccezionale, ma rispetto al passato è un piccolo passo avanti, certamente positivo.

Un insolito equilibrio Eccezion fatta per la Cambogia, il livello del torneo è stato molto equilibrato, con diverse partite tirate e dall’esito assai incerto. Segno che i paesi più “deboli” stanno avvicinandosi ai migliori attraverso un lento ma costante progresso, grazie anche all’introduzione di sistemi d’allenamento e di gioco derivati dai modelli europei, come accaduto per Myanmar, Vietnam, Laos e Singapore.

Note negative

La pochezza dell’Indonesia Non ci sono scuse, l’Indonesia avrebbe dovuto vincere il torneo a mani basse. L’unica nazione al mondo con una prima divisione composta da 36 squadre (fortunatamente suddivise in due gironi) non riesce a produrre calciatori di livello dignitoso. I motivi e le problematiche del paese sono risaputi, ma le premesse e le aspettative andavano comunque rispettate, soprattutto per i tifosi.

La Cambogia Ok, la Cambogia non sarà un paese rinomato per il suo livello di calcio espresso, ma è possibile che non si riescano a trovare almeno 11 calciatori decenti in un paese in cui il calcio è lo sport nettamente dominante? Il sistema calcio locale va completamente rifondato, perchè il livello tecnico mostrato dalla nazionale di Lee Tae Hoon è stato da film horror.

Rivalità troppo accese Quando si trovano di fronte Indonesia e Malesia più che calcio di solito si vede una guerra a suon di scarpate, calci, interventi killer, insulti, risse. E questo tipo di rivalità si riflette anche tra le tifoserie, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. E se forse gli animi venissero calmati da entrambe le parti, i due tifosi indonesiani morti nella ressa pre-finale davanti allo stadio, non avrebbero fatto la fine che hanno fatto. Il calcio è sport, non dimentichiamocelo.

A cura di Christian Rizzitelli

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