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Un nuovo capitolo della storia del calcio è stato scritto: ce l’hanno fatta anche loro.

Ore 15.00 del 22 novembre. Orario che al 99% degli amanti del calcio non dice o diceva nulla. Partite di cartello non ce n’erano, non si giocava in nessuna competizione rilevante. Ma, in giro per il mondo, non esiste un secondo in cui un pallone da calcio non rotoli su un campo verde. E uno di questi palloni, nella sperduta Apia, capitale delle Samoa, in un pomeriggio soleggiato e tranquillo come tanti se ne vedono da quelle parti, ha scritto un nuovo capitolo di questo leggendario sport.
La partita in questione è Samoa Americane – Tonga. Partita che difficilmente genera interesse, dato che le squadre oceaniche non sono troppo familiari col calcio, per usare un eufemismo. Ma l’importanza, almeno simbolicamente, c’è: si tratta di una partita di qualificazione alla Coppa del Mondo, che si giocherà tra tre anni in Brasile. Ovviamente nessuna delle due squadre approderà alla competizione, poichè in Oceania ci sarà la Nuova Zelanda che farà un sol boccone di tutte le piccole realtà isolane.
Ed ecco allora che la partita che inaugura queste qualificazioni oceaniche si presenta come una delle tante, che si sono viste nel corso degli anni. Sole accecante, campetto da oratorio, un centinaio di spettatori sugli spalti, accorsi più per la (presunta) importanza del match, che per lo spettacolo che le squadre offriranno, con un pensiero comune: il risultato già scritto. Da quanto esiste, la nazionale di calcio delle Samoa Americane, cioè dal 1984, non ha mai vinto una gara ufficiale. Ha solamente affrontato le vicine rivali delle isole del Pacifico, più l’Australia. Ed è proprio grazie a quest’ultima che ha ottenuto un pò di popolarità, anche se molti calciatori americani samoani ne avrebbero fatto volentieri a meno. Infatti, la sconfitta per 31-0 contro i Socceroos a Coffs Harbour nel 2001 è il risultato col margine più ampio di sempre in un match ufficiale. Ma non solo non aveva mai vinto un match (il 3-0 a Wallis e Futuna nel 1983 era un match non ufficiale), non aveva nemmeno mai pareggiato. Solo sconfitte, solo umiliazioni, solo delusioni. In totale, 19 reti segnate e 291 subite. Se non si tratta di un dato indicativo…Per Tonga sarebbe dovuta essere una passeggiata.
Non che la squadra in maglia rossa sia composta da fenomeni, sia chiaro, ma il livello dei suoi calciatori è nettamente superiore a quello dei modesti avversari.
E allora si gioca. Si vede il solito, grezzo, rude, ma affascinante calcio, tipico di questi paesi. Ma si vede anche qualcosa di strano: siamo al 43′, e le Samoa Americane non hanno ancora subito gol. Con ogni probabilità già questo si tratta di un record. Ma non solo, le Samoa Americane passano in vantaggio, con Ramin Ott(discutibile la parata di Felela sul suo tiro), altro record. E vanno all’intervallo in vantaggio, senza aver subito gol. Comunque finisse, questo primo tempo sarà ricordato come un primo tempo storico, un primo tempo record.
Nella ripresa aumenta la pressione per gli uomini di Thomas Rongen (il quale ha un sacco di esperienza negli states, dove ha allenato DC United, Chivas USA, la nazionale U20), i tongani vogliono evitare la figuraccia, che sarebbe storica. Ma qualcosa va storto, terribilmente sorto. Dopo un pallone perso in maniera quasi “divertente”, il 17enne Shalom Luani sigla il 2-0, a un quarto d’ora dal termine, infortunandosi nella circostanza. Le Samoa Americane sono in vantaggio di due reti, in una gara di qualificazione ai mondiali, a poco più di 15 minuti da quello che sarebbe un traguardo storico, epico, incredibile, inimmaginabile.
Tonga però si riversa in avanti, e accorcia le distanze all’88’ con Unaloto Feao, costringendo le Samoa Americane ad un catenaccio finale per evitare quella che ormai sarebbe una beffa. In qualche modo, con calci, scontri, agonismo, sforzi, fatica, ed un cuore immenso, ce la fanno. Le Samoa Americane, i più scarsi, i più umiliati, quelli che giocano con un transessuale (il difensore centrale Johnny Saelua), hanno vinto, una nuova pagina del calcio è stata scritta. Quella che è da tutti considerata la nazionale più scarsa del mondo, ha ruggito. Al fischio finale si piange, ci si abbraccia, si esulta come se la Coppa del Mondo fosse stata davvero vinta.
Perchè alla fine, le Samoa Americane, il loro Mondiale l’hanno vinto davvero, in quel pomeriggio del 22 novembre, tanto normale quanto unico. Pomeriggio che verrà ricordato per sempre, in tutto il mondo del calcio.

P.S. Ieri le Samoa Americane hanno ottenuto il secondo risultato storico più importante, pareggiando 1-1 con le Isole Cook, sempre nelle qualificazioni ai mondiali, con altro gol del ragazzino, Shalom Luani. Si deciderà tutto nell’ultima gara contro i padroni di casa, e rivali, delle Samoa. Se le Samoa Americane vinceranno, si qualificheranno alla Coppa delle Nazioni oceaniche del 2012, ed al secondo turno di qualificazione per il Brasile, risultato mai raggiunto, chiaramente. Un sogno, quasi impossibile, che durerà 90 minuti. Ma dopo le ultime imprese, crederci è diventato lecito.

A cura di Christian Rizzitelli

AOFC: dieci motivi per dire sì

Asian Oceanian Football Confederation. La soluzione ai problemi di isolamento, arretrazza e scarsa competitività internazionale che coinvolgono il calcio dell’OFC potrebbe trovarsi qui, nella vicina confederazione asiatica. Sì, perchè integrare i paesi oceanici all’interno di un panorama in forte sviluppo calcistico come quello asiatico rappresenterebbe davvero una svolta decisiva per questo sport per le piccole nazioni del pacifico.
Si tratta, chiaramente, solo di un’idea, di concreto non c’è nulla, anche se la Nuova Zelanda ha provato a muovere qualcosa chiedendo alla FIFA di disputare l’ultimo turno di qualificazioni mondiali tra i gironi asiatici, ma Blatter s’è rifiutato categoricamente, facendo scontenti un po’ tutti.
Ma andiamo ad analizzare insieme i dieci benefici principali che deriverebbero dalla nascita dell’AOFC.

1. Competitività internazionale

Quando sentiamo parlare di Oceania, di Nuova Zelanda, di Fiji, di Tonga e via dicendo, spesso sentiamo associato a questi paesi il rugby, sport in cui eccellono. Del calcio invece non si parla mai, visto che il livello è talmente scarso e modesto che la grande maggioranza di queste nazioni farebbe fatica a competere nella nostra Eccellenza.
Confrontarsi continuamente contro squadre di un livello superiore in un contesto come quello asiatico non farebbe altro che accrescere l’esperienza e la familiarità di queste nazioni col gioco del calcio; e ne trarrebbe beneficio soprattutto la loro competitività a livello internazionale.

2. I Club

Vale lo stesso discorso per i club: continuare a confrontarsi ripetutamente contro gli stessi avversari (per di più di un livello così basso) non ha senso.
Nel panorama mondiale, le squadre di club dell’OFC vengono chiamate in causa solamente in occasione del Mondiale per Club, e possono accedervi solo passando (un impari e difficile) play-off.
E’ molto più utile che gli stessi club giochino con regolarità a certi livelli, non solo una volta all’anno. Certo, Seongnam e Nagoya non saranno il Barcellona e il Manchester United, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto allo status quo attuale.

3. Sviluppo tecnico

A livello di calciatori giovani, adulti, esperienza, arbitri, gestioni societarie:
il calcio oceanico migliorerebbe sensibilmente sotto ogni punto di vista.
Possiamo considerare questo il punto cardine attorno a cui ruotano tutti gli altri benefici.
Bisogna partire quasi da zero, ma le intenzioni e l’approccio positivo sono certamente un punto a favore, perchè la voglia per progredire non manca di certo.

4. L’aspetto economico

Aspetto di assoluta importanza.
L’OFC vive di fondi provenienti dalla FIFA e dalla FFA, la federazione di calcio australiana, membro dell’AFC dal 2006; possiede un capitale così ridotto da non poter contribuire ad organizzare amichevoli o tornei internazionali tra le nazioni membre a causa dei costi eccessivi dei voli aerei.
Una cosa che può anche far sorridere, pensando a quanti soldi girano nel calcio in quasi tutto il resto del mondo.
L’AFC invece dispone di risorse sterminate, tra emiri e miliardari vari.
Purtroppo tutti noi sappiamo quanto siano necessari i soldi in questo sport, e senza di essi la maggior parte delle volte (se non sempre) non si va da nessuna parte.

5. La passione dei tifosi

In paesi come Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Vanuatu il calcio è considerato lo sport nazionale, ed è molto praticato e seguito.
E’ giusto che i desideri dei tifosi vengano accontentati: meritano anche loro di poter vivere una serata di una certa importanza, magari in una partita di qualificazione ad un mondiale. Basti pensare che oltre 10,000 persone hanno assistito alla finale dei Giochi del Pacifico di questo settembre…

6. Giocare regolarmente

Fattori come i costi eccessivi e lo scarso interesse mediatico internazionale contribuiscono a posizionare il calcio a livelli infimi nella scala gerarchica del continente.
Così, non c’è da stupirsi se leggiamo che la maggior parte delle squadre affiliate all’OFC giochi solo una volta ogni quattro anni, in occasione dei Giochi del Pacifico e delle qualificazioni mondiali, quando questi due tornei non coincidono, riducendo ancora il numero delle partite, come capitato diverse volte.
Se non si gioca mai, migliorarsi diventa un’impresa.

7. Visibilità

Ipotizziamo che si organizzi un’amichevole tra Papua Nuova Guinea e Indonesia, nazioni confinanti tra loro.
I guineani, oltre a giocarsi una sorta di derby contro i vicini indonesiani, avrebbero addosso gli occhi di una nazione intera, composta da oltre 200 milioni di persone, a maggior ragione se legatissima al calcio come l’Indonesia. Roba di un’altro mondo, se pensiamo che gli avversari di turno sono paesi come il Tuvalu o le Samoa Americane, che messi insieme non arrivano a 90,000 abitanti.
E anche i talenti locali gioverebbero della visibilità che l’AFC garantisce, evitando di venire snobbati leggendo il loro paese di provenienza sulla carta d’identità. Perchè purtroppo è così raro trovare un calciatore adatto a livelli professionistici in Oceania che accadono anche cose di questo tipo.

8. Nuova Zelanda: lo stile british in Asia

Anche l’AFC trarrebbe vantaggio da questa fusione tra le due confederazioni, perchè vedrebbe nella propria schiera di membri una nazione che calcisticamente si sta evolvendo in maniera impressionante: stiamo parlando della Nuova Zelanda.
Non solo i kiwis negli ultimi mondiali in Sudafrica hanno dimostrato di saperci fare fisicamente e tatticamente, ma soprattutto a livello giovanile stanno crescendo esponenzialmente in capacità tecniche, come visto dall’under 17 nella spedizione messicana e da promesse come Rojas, Barbarouses, Wood, Payne.
Una squadra che basa le proprie fondamenta sulla fisicità tipica dei britannici con annessa qualità emergente: un biglietto da visita più che interessante.

9. Gli oriundi: futuri eroi?

Poco sopra ho scritto che è quasi impossibile trovare calciatori adatti al professionismo nei paesi oceanici.
Quasi, appunto, perchè alcuni ci sono, ed anche interessanti, come Brad McDonald (terzino sinistro nell’u23 australiana originario della Papua Nuova Guinea), Tahj Minniecon (trequartista mezzo samoano che gioca nell’A-League), Adrian Mariappa (capitano del Watford, originario delle Fiji) ed altri ancora. Altri invece, hanno preferito optare per altri nazionali, come Karembeu (neocaledoniano campione del mondo con la Francia nel ’98), Tim Cahill (mezzo samoano anche lui, gioca con l’Australia).
Ma la maggior parte di questi oriundi preferisce, logicamente, giocare per nazioni che hanno possibilità di qualificarsi alla coppa del mondo, o comunque paesi che possono vantare una certa importanza e rilevanza nel panorama calcistico.
Se i paesi membri dell’OFC avessero l’opportunità di giocare regolarmente e contro squadre di un certo prestigio, lottando per obiettivi concreti, ci sarebbero più calciatori disposti a giocare per loro.
Chi glielo fa fare a Minniecon di giocare per le Samoa una manciata di partite ogni quattro anni invece che giocare in un mondiale con l’Australia?

10. Per la storia

L’AOFC sarebbe l’inizio di una nuova era per il calcio in Oceania.
E per questi paesi ogni occasione per giocare sarebbe storica, una piacevole novità, che diventerebbe abitudine.
Purtroppo non bastano le idee di poche persone per far sognare un continente, una svolta del genere richiede che si muovano i piani alti.
Non ci resta far altro che aspettare. Sperando di poterci risvegliare un giorno ed esclamare: non è più sogno, ma è realtà.

A cura di Christian Rizzitelli

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